BATMAN: THE KILLING JOKE di ALAN MOORE & BRIAN BOLLAND

Dopo una piccola pausa estiva, continuiamo a parlare di fumetti e, in particolare oggi dedichiamo questo articolo a un comic americano molto famoso dal titolo “Batman: The Killing Joke” realizzato dal duo Alan Moore e Brian Bolland.

Partirei con una piccola premessa. Si tratta di un fumetto americano supereroistico dell’universo DC. Per chi avesse letto altri miei articoli o seguisse la mia pagina Instagram (https://www.instagram.com/ilcapriccioletterario/), saprà che amo molto i supereroi, soprattutto quelli un po’ particolari come Daredevil (afferente a un altro universo comics, la celebre Marvel). Nonostante si parli di fumetti e di supereroi (in questo caso di supercattivi), devo ammettere di aver trovato quest’opera molto adulta e più cruda rispetto ad altri comics che ho letto in passato. La cosa, però, non dovrebbe stupirmi: dopotutto il protagonista è uno dei cattivi dei fumetti più amato e controverso di sempre, il Joker.

Detto questo, ho amato ogni singola tavola di questo racconto. Brevemente, il fumetto corre lungo due binari narrativi. Da una parte abbiamo il presente, il Joker è evaso dal manicomio ed è intento a compiere le sue malefatte; dall’altra conosceremo il Joker del passato, quando ancora non era chi sarebbe diventato e la storia del processo che ha portato alla sua follia. Potremmo quindi definirla una storia delle origini. Partirei proprio da questo punto: le origini.

Molti di voi avranno visto sicuramente il recente film “Joker”, con Joaquin Phoenix, che narra anch’esso delle origini di Joker, così come tanti altri media che hanno trattato questo argomento. Sebbene qui venga proposta, dunque, una personale visione degli autori, essi stessi la rinnegheranno, facendo recitare al Joker una battuta molto emblematica, tanto più se si pensa che stiamo parlando di personaggi che vengono rimaneggiati e rivisti innumerevoli volte nella loro storia editoriale:

“Sai, una cosa così e successa pure a me, ma non… non so più cosa. A volte ricordo in un modo, a volte in un altro… Se proprio devo avere un passato, lo preferisco a scelta multipla!”

Questo pezzo è geniale! Gli autori hanno, in un colpo solo, risolto il problema delle origini di Joker enfatizzando, allo stesso tempo la sua follia. Il Joker non ricorda il proprio passato, non vuole ricordarlo oppure non lo ha mai avuto: poco importa; lui è pazzo e noi dobbiamo prenderlo così com’è.

L’altro punto che vorrei affrontare (senza averne affatto le competenze) è la follia del Joker. Ho sempre abbinato la pazzia del Joker a una duplice caratteristica. La prima è la follia cieca, impossibile da guarire e totalmente fuori controllo. Egli è capace di tutto, di qualsiasi crimine efferato e non prova rimorso nel farlo. La seconda caratteristica, nonché la più triste, è la follia indotta. Appare evidente che, nella propria visione della pazzia omicida, per il Joker nessuno nasce pazzo e criminale. La società, invece, ne coltiva il seme e fornisce terreno fertile perché questa esploda. In ogni rappresentazione in cui mi sono imbattuto, il Joker diventa pazzo a causa del contesto sociale in cui è calato. È, dunque, l’ambiente a rendere le persone folli, almeno secondo questa filosofia. In quest’opera in particolare è lampante come il connubio di lutti famigliari, soprusi, miseria e disperazione che egli ha dovuto subire, abbia fatto diventare una persona remissiva e sensibile un pazzo omicida, un po’ come succede a Micheal Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”.

Mi accingo alla conclusione della personale disamina di quella che ritengo una pietra miliare del fumetto, di un personaggio unico, profondo e molto controverso. Adoro il Joker e la capacità di far riflettere sulla psicologia umana e sulla grettezza della società odierna. Adoro anche il fatto che, nonostante tutto questo, sia stato in grado di far ridere Batman.

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