OBLOMOV di IVAN ALEKSANDROVIC GONCAROV

Torniamo oggi a parlare di letteratura russa, la mia preferita. Il romanzo è “Oblomov” di Ivan Aleksandrovic Goncarov. Questo rappresenta, personalmente, uno dei momenti più alti della letteratura russa e della letteratura in generale. E ora tenterò di spiegarvene il motivo.

La storia narra di tale Oblomov, possidente terriero, e della sua esistenza trascorsa nell’apatia e nella mollezza, tipiche della nobiltà russa di fine ‘800. In realtà, però, il romanzo non parla proprio di nulla in termini di accadimenti e fatti e le oltre seicento pagine che compongono quest’opera sono scandite unicamente dalla pigrizia di Oblomov.

Goncarov è stato in grado di delineare un profilo psicologico dell’uomo russo dettagliato e minuzioso, facendo leva proprio sull’assenza di azione e modellando con sapienza ogni minima sfaccettatura di Oblomov. Per rendere l’idea dell’inutilità dell’azione in quest’opera, lo stesso autore non ritiene necessario dover spiegare e introdurre i salti temporali che si susseguono, passando direttamente a narrare, nel corso della stessa riga, di ciò che succede in anni diversi.

Accade che quando un’opera letteraria possiede la forza e l’incisività tali da divenire universale, esprimendo concetti condivisibili da tutti, il tratto peculiare che la contraddistingue può diventare un modo di dire, che serve a individuare un carattere; mi viene subito su due piedi l’esempio di Don Chisciotte. Ebbene, anche Oblomov gode di questo status (anche se probabilmente meno diffuso). Al nostro protagonista, infatti, è associato un neologismo che ne identifica l’essenza: l’oblomovismo. Ma cos’è l’oblomovismo?

Il concetto, a mio avviso, viene esplicitato al meglio da Nikolaj Dobroljubov nel suo articolo “Che cos’è l’oblomovismo?” quando, spiegando magistralmente per figure il significato concreto di oblomovismo, recita (cito testualmente):

“Quando mi trovo in un circolo di persone istruite che manifestano un’ardente compassione per i mali dell’umanità, e che per molti anni di seguito, sempre con il medesimo entusiasmo, raccontano eternamente gli stessi aneddoti (e qualche volta anche di nuovi) a proposito di concussioni, vessazioni, ingiustizie di ogni genere, mi sento mio malgrado trasportato nella vecchia Oblomovka. Provatevi a interrompere queste persone nel bel mezzo dei loro sproloqui, e a dir loro: voi sostenete che tutto ciò è male; e allora, cosa bisogna fare? Essi non lo sanno… Proponete loro il mezzo più semplice, ed essi vi diranno: come sarebbe? Così all’improvviso? Risponderanno immancabilmente in questo modo, perché gli oblomovisti non conoscono un’altra risposta.”

Quanta verità nelle parole di Dobroljubov! Ai più potrà sembrare che questo oblomovismo sia una condizione atavica, innata. Tuttavia, questo concetto il romanzo lo rigetta del tutto, facendo originare le sue caratteristiche dall’ambiente e dall’educazione che Oblomov subisce (e non uso il verbo subire a caso). Queste origini di cui parlo si trovano nel capitolo intitolato, “Il sogno di Oblomov”, nel quale viene raccontata con dovizia di particolari l’infanzia del piccolo Oblomov nella tenuta di famiglia. Lì egli vive la sua vita spensierata, circondato da persone che fanno le cose al posto suo e per lui, che si prendono cura di lui con eccessivo zelo, che gli impediscono, così, di esprimersi, sperimentare, di conoscere, anche solo di lambire il concetto di lavoro o fatica. È per questo che Oblomov diventerà l’incarnazione della pigrizia e dell’apatia. Saremmo quasi portati a giustificarlo, vero? Ed è proprio quello che accade anche ai personaggi che lo contornano: Stolz, il tedesco suo amico intimo gli vorrà bene fino alla fine dei suoi giorni; Zachar, il domestico lo amerà incondizionatamente nonostante i rimproveri e gli scontri; Agaf’ja Matveevna conserverà il suo dolce ricordo per tutta la vita; Olga, il primo amore, avrà per lui sempre un tenero affetto.

In realtà, neanche il lettore (me compreso) potrà provare odio o semplicemente antipatia nei confronti di Oblomov, personaggio comunque meschino. Questo perché forse, ma di questo ne sono certo in quanto condizione anche mia, siamo tutti un po’ oblomovisti. Facendo mea culpa in prima persona, ammetto di essere molto oblomovista quando vesto i panni di scrittore in questo blog, scrivendo a volte con pigrizia, a volte con slanci di convincimento nel voler fare di più (proprio come Oblomov).

Avviandomi alla conclusione di questo articolo, non posso che suggerire la lettura di questa opera. L’intimismo con il quale si parla di una condizione così universale, non può che rendere “Oblomov” di Goncarov una pietra miliare per la conoscenza dell’essere umano.

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