LE CRONACHE DI NARNIA – IL VIAGGIO DEL VELIERO di C. S. LEWIS

Il quinto romanzo del ciclo delle Cronache di Narnia è “Il viaggio del veliero”. Come “Il cavallo e il ragazzo”, anche quest’opera narra il racconto di un viaggio formativo. Questo viaggio però, si innesta nel filone narniano classico, ovvero quello composto dalle avventure dei fratelli Pevensie (che qui vengono ridotti da quattro a due).

Se dovessi definire precisamente quest’opera la descriverei come la trasposizione fantasy dell’Odissea di Omero. E non perché ne abbia la stessa epicità o perché la ritenga dello stesso livello, assolutamente no, ma perché ricalca abbastanza fedelmente le vicende di Ulisse. Infatti, in questo romanzo Lewis narra le vicende del principe Caspian (che qui ha molta più utilità rispetto al romanzo precedente) e dei fratelli Edmund e Lucy che, insieme a un manipolo di fedelissimi del principe, parte verso oriente per salvare sette nobili che tempo addietro erano partiti da Narnia per scoprire nuove terre. La narrazione è avvincente e molto fluida. Le avventure che questi naviganti si troveranno ad affrontare rappresentano secondo me, nell’ideale evangelico di Lewis, il pretesto per la somministrazione di parabole bibliche camuffate da avventure. Degna di nota, è sicuramente la storia che vedrà protagonista Eustachio, il cugino dei fratelli Pevensie (personaggio antipatico quanto divertente nonché il migliore del romanzo) alle prese con una strana trasformazione. Tutto il viaggio, dicevo, sarà costellato di accadimenti dove si annusa l’insegnamento di vita sottinteso, ma non si riesce sempre a coglierlo con prontezza.

Ho apprezzato, poi, alcuni riferimenti alla letteratura classica che sono stati inseriti nel romanzo e che mi hanno fatto sorridere mentre leggevo, lasciandomi una dolce nota di nostalgia. Prima su tutti la citazione, neanche troppo velata, alla Divina Commedia di Dante e al canto XXVI dell’Inferno, il canto di Ulisse appunto, quando viene detto che il veliero avrebbe proseguito il viaggio verso oriente perché gli avventurieri non erano dei bruti (“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti” recitava Dante). Altra nota importante e poco piacevole, anche se del resto l’ispirazione biblica è abbastanza dichiarata, è l’eccessivo riferimento al mondo cristiano. Anzi, qui credo che Lewis abbia calcato un po’ troppo la mano, rendendo evidentemente forzato il finale del libro, quando Aslan viene presentato come un agnello e afferma che nel nostro mondo è conosciuto con un altro nome (sarà per caso Gesù?).

Infine, di per se l’opera è una godibile avventura. Si inizia ad intravedere il fondo del barile per quanto riguarda le avventure dei fratelli Pevensie e del buon principe Caspian e spero che nelle successive avventure Lewis abbia deciso di virare altrove, lasciando quell’aurea di infantile magia aleggiare su ciò che resta dei fratelli Pevensie.

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