ANIME MORTE di NIKOLAJ VASIL’EVIC GOGOL’

L’opera di cui vi parlo oggi è il celebre romanzo incompiuto di Nikolaj Vasil’evic Gogol’ dal titolo “Anime morte”. Sgombriamo il terreno da ogni dubbio e diciamolo subito: sì, il romanzo non ha una fine e per coloro che hanno uno patologico bisogno di compiutezza, questo potrebbe rappresentare un grosso problema.

Detto ciò, l’opera non va apprezzata, a mio avviso, tanto per la sequenza narrativa quanto, piuttosto, per il geniale pretesto da cui il romanzo prende spunto. Infatti, non aspettatevi una struttura narrativa coerente e ben delineata, tesa alla conclusione della storia perché, seppur Gogol’ abbia deciso di distruggere il manoscritto dandolo alle fiamme in un momento di follia, sembra quasi che l’autore non avesse mai pensato davvero di concluderla.

Le azioni intraprese dal protagonista di “Anime morte”, tale Čičikov, prendono spunto da un vuoto normativo che si era verificato realmente in Russia ai tempi in cui esistevano ancora i servi della gleba e che era dovuto al fatto che i grandi proprietari terrieri russi continuavano a pagare allo zar, tra un censimento della popolazione e l’altro, la tassa dovuta per ogni servo della gleba, anche se questi era ormai morto. In tale contesto il furbo Čičikov decide di viaggiare per la Russia “alleggerendo” i proprietari dei servi deceduti da questa tassa, acquistando i servi morti (le anime morte del titolo appunto) per creare un suo capitale.

L’espediente narrativo è brillante e brillante è anche l’operato di Čičikov all’interno del romanzo. Quello che deve colpire di più di quest’opera, dicevamo, non è tanto la trama quanto il ritratto a forti pennellate che Gogol’ delinea della Russia di quel tempo. Si viene, infatti, a creare tutta una fauna di personaggi improbabili e decadenti, pur tuttavia forti, che popola con passività la cornice in cui l’autore decide di collocarli. Chi come me è avido di letteratura russa comprenderà subito quello di cui sto parlando: quella decadenza e quella passività nel vivere la vita della Russia rurale, costantemente sul punto di sprofondare sotto il progredire della modernità di fine ‘800 inizio ‘900, eppure così strenuamente ancorata a modalità e usanze stantie e oltremodo affettate tipiche dei residuati dell’imperialismo russo.

È questo il chiarissimo contesto nel quale ci troviamo e Čičikov è in grado di muoversi al suo interno con estrema abilità, bramoso di ricchezza e di una buona posizione, non importa quanto fittizia, non importa con quali mezzi. Il mezzo per arrivarci, le anime morte, non sono neanche degne di attenzione (meritano solo la menzione nel titolo) in quanto rappresentano un mezzo appunto, una leva sociale da sfruttare, un errore che la grettezza e la meschinità di Čičikov hanno avuto l’intuizione di volgere a proprio favore.

In definitiva, questo romanzo è saturo di sentimenti negativi che ci vengono presentati in un microcosmo grottesco e forse non troppo lontano dal nostro attuale. Consiglio “Anime morte”? Assolutamente sì. Entra a pieno titolo nel novero dei miei libri preferiti in assoluto (nella mia Top 5 personale i primi tre posti sono occupati al momento da autori russi) e, nonostante l’incompiutezza del manoscritto, è in grado di restituirci emozioni e concetti più di molte altre opere compiute.

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