CONFESSIONI DI UNA MASCHERA di YUKIO MISHIMA

Yukio Mishima, pseudonimo di Kimitake Hiroaka, ha raggiunto, secondo i più, la fama come scrittore con il libro di cui parliamo oggi “Confessioni di una maschera”.

L’opera, come suggerisce il titolo, si configura come un diario personalissimo della vita dell’autore il quale, partendo dall’infanzia fino all’età adulta, ci racconta di come ha vissuto gli anni della sua giovinezza con indosso una maschera. Questa maschera, utile nel nascondere la sessualità controversa dell’autore, svela lentamente ed inesorabilmente la vera identità di Mishima nella sua interezza. La sessualità, quindi, fulcro del suo sentirsi diverso dagli altri uomini; tema centrale, ma non esauriente dell’opera.

Dell’intero manoscritto, l’immagine certamente più evocativa e completa dell’autore (intendendo così la totalità della persona Mishima e non solo l’aspetto sessuale) è rappresentata dall’episodio dell’immagine di San Sebastiano. Il giovane Mishima racconta di essersi imbattuto, poco più che ragazzino, nel dipinto del pittore Guido Reni (1575-1642) raffigurante il martirio di San Sebastiano e di aver scoperto la masturbazione in quella stessa occasione. Il corpo nudo e statuario del martire, infatti, si può affermare sia stato il primo fortissimo scossone nella intima vita dell’autore (altri episodi del genere avevano già smosso un sentimento in Mishima, come si potrà apprendere dal libro) e un primo passo verso la scoperta della sua reale personalità.

Sempre a quell’immagine si ricollega, poi, l’altro tema caro all’autore: la morte. Dico questo in relazione a ciò che la morte ha rappresentato per Mishima, dal momento che egli stesso decise volontariamente e premeditatamente di infliggersi la morte per seppuku (il suicidio rituale dei samurai) in occasione della proclamazione di un discorso pubblico sul tema dell’orgoglio nazionalistico giapponese.

Altri e forse più importanti sono gli accadimenti in questo libro, ma lascio a voi il piacere di scoprirli mano a mano ed in totale intimità. Infatti, a mio avviso questo libro, proprio per la sua stessa natura di confessione, richiede, anzi esige, una lettura intima e quasi nascosta. Ciò non per nascondere una tematica che il pubblico ben pensante potrebbe ritenere scabrosa, ma perché l’autore decide di disvelarsi con una delicatezza espressiva e, allo stesso tempo, con un linguaggio diretto, scevro di formalismi. Questo coraggio necessita rispetto, un rispetto e una devozione molto vicini alla stessa cultura giapponese.

A riprova di quanto la personalità unica di Mishima possa far presa sul lettore fin da subito, ci tengo a citare le prime parole del libro, dalle quali si intuisce che l’autore sarà in grado di sorprendere il suo pubblico fino alla fine.

“Per molti anni continuai a sostenere ch’ero capace di ricordare cose viste all’epoca della mia nascita”.

Concludendo, se la singolarità e la forza che permea questo libro-confessione non fosse già sufficiente a spingervi a leggerne le pagine, vi invito a farlo anche solo per fare la conoscenza di una delle figure più controverse e stimolanti del XX secolo, che esprime il suo pensiero in una cornice ben lontana dai nostri canoni culturali e ideologici.  

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