FICHTE E L’ESAME DELLE OPINIONI DI ROUSSEAU: LA DIREZIONE DEL PROGRESSO

La lettura del saggio filosofico “La missione del dotto” di Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), mi ha colpito enormemente per quanto riguarda la critica che il filosofo tedesco muove verso il pensiero di Rousseau. Nonostante sia fortemente riduttivo mettere da parte le prime quattro lezioni che Fichte tenne riguardo la missione del dotto (La missione dell’uomo in sé; La missione dell’uomo nella società; La differenza delle classi nella società; La missione del dotto), che vi invito comunque a recuperare in quanto illuminanti, oggi vorrei concentrarmi sulla sua ultima lezione che ha come titolo “Esame delle opinioni di Rousseau intorno all’influsso delle arti e delle scienze sul benessere dell’umanità”. Mi rendo conto che estrapolare dal proprio contesto un pensiero filosofico, possa portare a fraintendimenti e travisamenti e tuttavia utilizzerò il pensiero di Fichte come mero gancio per esprimere il mio.

Fichte affermava che la missione dell’umanità fosse il progresso costante e continuo della cultura, indicando la figura del dotto come guida della società, perfettamente inserito in essa. Diversamente, Rousseau credeva che quello stesso progresso fosse la causa unica di tutta la corruzione umana. I dotti, nella visione del pensatore francese, dunque, incarnavano la figura cardine di questa corruzione nonché sorgente di ogni male e auspicava, come unica via di salvezza, il ritorno allo stato di natura (intendendo con stato di natura sia il concetto di ritorno alla primitività sia di trasformazione interiore).

Per Rousseau quindi il progresso rappresenta in realtà un regresso. La visione così pessimistica di Rousseau, afferma Fichte, deriva dalla sua disillusione, dal fatto di essersi imbattuto nella società dei suoi tempi e soprattutto nei dotti di quei tempi, dediti solo a domandarsi quali guadagni potessero ricavare dalla loro missione e non quali guadagni per l’umanità; più preoccupati di ricevere un cenno d’assenso da parte dei potenti che aiutare quel substrato povero di umanità che richiedeva il loro intervento per risollevarsi dall’ignoranza. Eppure Fichte non poté biasimare Rousseau, lodandolo invece per il suo animo sensibile. Animo tanto sensibile quanto nobile.

Tuttavia, Rousseau con il suo stato di natura sviluppa un ragionamento che porta ad una conclusione errata secondo Fichte. Associare il male della società alla sola sensualità imperante (dove con sensualità indichiamo l’egoismo volto al piacere e all’utile), ha portato il filosofo francese a volerla estirpare tramite il ritorno allo stato di natura. Riducendo l’uomo alla sua natura animale, viene eliminato il vizio, ma contemporaneamente anche la virtù. Non sarà, dunque, questo ritorno alle origini a rappresentare il progresso dell’umanità perché, secondo Fichte, ciò che Rousseau credeva fosse dietro noi in realtà è davanti e possiamo raggiungerlo solo con l’azione.

Da questa sintetica analisi della lezione di Fichte, mi viene da pormi delle domande: siamo nella direzione giusta del progresso? Quanto il nostro progredire tecnologico e sociale ci porterà verso il raggiungimento della felicità? Sarebbe meglio un’inversione di rotta, rivolgendoci verso lo stato di natura (che sembra quasi ricalcare il mito dell’Arcadia)? Sono delle domande che rimarranno senza risposta. Se da un lato Fichte vedeva nel progresso continuo il modo giusto di liberare l’umanità da lavoro, fatica e dolore (cosa che, per esempio, la tecnologia contribuisce a fare così come il progresso nel campo dei diritti sociali); dall’altro, la vita semplice e libera dai vizi di cui parlava Rousseau sembra effettivamente una nostalgica e felice meta.

La nostra navigazione verso il progresso, oggi, sembra proceda interrotta costantemente da brusche frenate e poi ripresa in maniera discontinua. Rimane il fatto che la figura del dotto che dovrebbe incarnare la guida verso questo progresso, che per inciso Fichte ritiene irraggiungibile in quanto un processo infinito, sembra mancare sempre più all’interno della nostra società popolata da quei saltimbanchi della retorica che il povero Rousseau tanto aborriva.

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