DAGON di HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT

Dagon”, il racconto di cui parlo oggi, scritto nel luglio del 1917 da Howard Phillips Lovecraft è una provocazione. Dico questo perché è un racconto di pochissime pagine (nell’edizione in mio possesso ne conta appena cinque), e dedicargli un intero articolo sembrerebbe esagerato. Ma provvedo subito a spiegarmi. “Dagon” è il primo afflato dell’orribile e folle mondo di Lovecraft. In questo breve racconto e in poche e semplici righe, egli descrive l’incontro col terribile dio-pesce Dagon.

Il lessico e la prosa sono quelle tipiche di Lovecraft e saranno suo tratto caratteristico in tutti i racconti (“prosa densa e aristocratica” la definì il primo antologista italiano di Lovecraft, Carlo Fruttero). Lovecraft scrive quasi sempre in prima persona, a dimostrazione di quanto gli incubi descritti siano per lui reali, e quando non lo fa sappiamo che il protagonista del racconto è palesemente un suo alter-ego. La forza della narrazione di Lovecraft sta proprio in questo: egli soffre davvero, le paure e gli orrori dei suoi racconti sono veri e noi compartecipiamo della sua sofferenza, sentendoci vicini all’autore.

Per Lovecraft non è importante come succedono le cose, ma solo cosa accade. Non viene data alcuna spiegazione di sistemi magici o degli avvenimenti e a noi lettori non deve importare; non sarebbe questo ciò che lui vorrebbe. Nel suo mondo privo di senso, infatti, gli elementi ordinari e reali coesistono (e tuttavia rappresentano solo la cornice) con i ben più importanti elementi orrifici e fantastici. Lovecraft, in tal senso, è un originalissimo ignoto. La sua frettolosa ascrizione al genere horror è estremamente riduttiva poiché egli non scrive racconti horror di stile classico (quando lo fa la qualità dei suoi racconti, a mio avviso, scende un po’), in quanto il suo è un genere del tutto personale ed unico. La paura, dicevo, è dettata unicamente dall’ignoto, dall’ignoranza delle cose che accadono, del perché accadano (la mancanza di senso e significato è terribile) e le creature mostruose e degenerate che si incontrano nei suoi racconti non sono spaventose solo a causa delle loro fattezze, ma soprattutto perché non siamo in grado di capire perché siano così.

Sulle fantastiche creature di Lovecraft bisognerebbe scrivere un articolo a parte. Voglio, però, spendere due parole qui e fare una riflessione su un aspetto peculiare: i cosiddetti “alieni” di classica ispirazione ricalcano in maniera deforme ed iperbolica le fattezze umane perché partoriti dalla nostra stessa mente. La genialità di Lovecraft sta nell’intuire che i suoi alieni non possono essere umanoidi perché provengono dal cosmo e da mondi totalmente diversi dal nostro. Non è detto, quindi, che abbiano sviluppato nel corso della loro evoluzione braccia, gambe o una testa. Lovecraft ci presenta, dunque, delle figure estremamente diverse dal nostro immaginario, lasciandoci spaesati e disarmati.

Con questo articolo, tuttavia, mi sento di avervi preso un po’ in giro. Dovevo parlare di “Dagon”, ma non l’ho fatto. Forse volutamente. Già, perché ridurre Lovecraft ad un solo racconto sarebbe mancargli di rispetto. “Dagon” è senza dubbio uno dei racconti più pregni di orrore in relazione alla sua brevità e rappresenta il punto d’inizio, una sorta di biglietto da visita per l’ingresso nel mondo di Lovecraft. Vi invito, dunque, se nutrite dubbi sulla lettura che vi propongo a leggere le poche pagine di “Dagon” e poi verrete a dirmi se vi siete lasciati irretire o meno dalla capacità di terrorizzare del cupo e solitario scrittore di Providence.

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